In merito al provvedimento (atto n. 372) che ridisegna la classe LM/SNT1 e istituisce tre nuovi percorsi specialistici in cure primarie, pediatriche e intensive, riportiamo integralmente il commento del nostro Presidente nazionale, dott. Walter De Caro, senza alcuna modifica, affinché possa contribuire a un confronto consapevole e informato all’interno della comunità professionale e nel dibattito pubblico.


Il commento del Presidente nazionale CNAI https://substack.com/home/post/p-188796969

Il provvedimento (atto n. 372) — che ridisegna la classe LM/SNT1 e istituisce tre nuovi percorsi specialistici in cure primarie, pediatriche e intensive — dovrebbe essere nato, almeno nelle intenzioni degli originatori, per rispondere a urgenze reali: la carenza strutturale di personale qualificato in queste aree, la crescente complessità dei contesti assistenziali, l’esigenza di sostenere il modello territoriale della riforma sanitaria.

Questo passaggio, riformare, per decreto – solo la formazione (una parte), naturalmente può essere considerato un inizio. Una vera re-ingegnerizzazione delle competenze e dell’autonomia infermieristica richiede ben altro. E c’è un altro nodo che il decreto non scioglie, anzi aggrava: mentre nel resto del mondo l’infermieristica si struttura su tre livelli distinti — generalista, specialista, pratica avanzata — questo provvedimento continua a sovrapporre e confondere i livelli specialistico e avanzato, consolidando un’ambiguità che penalizza la professione nel confronto internazionale.

A tutto questo si aggiunge un pattern ormai familiare, riconoscibile con quella precisione scomoda con cui si riconosce un errore già commesso: un provvedimento che riguarda direttamente la professione infermieristica viene costruito e discusso da una sola parte, lasciando la maggioranza delle rappresentanze all’oscuro dei suoi contorni fino all’ultimo. Non consultate. Non co-progettanti. Semplicemente escluse.

Il precedente che avremmo dovuto saper leggere

La vicenda dell’assistente infermiere è ancora aperta — e già istruttiva. Quella figura, creata – con un evidente intento di sostituzione – della componente infermieristica con figure di supporto, e costruita senza confronto reale con le rappresentanze della professione, rischia di restare esattamente quello che è: ibrida e irrisolta. Non risolverà il demansionamento infermieristico. Ha già generato seri problemi di responsabilità professionale sicuramente da sistemare con altri provvedimenti legislativi, riconosciuti solo a posteriori in un piano strategico che avrebbe dovuto precedere il provvedimento, non inseguirlo. Due ricorsi pendenti lo confermano.

Per le lauree magistrali (specialistiche) previste dall’atto 372 la valutazione è stata altrettanto netta: lauree vuote. Non per ostilità pregiudiziale, ma per ragioni tecniche precise. Vuote perché ci si aspettava ben altra ambizione – contorni più larghi, strumenti più solidi, una reale previsione di autonomia e capacità prescrittiva anche in ambito assistenziale e terapeutico farmacologico. Si sta disegnando, ancora una volta, una figura chiamata a operare in contesti complessi con solo una parte degli strumenti professionali e giuridici necessari per farlo con vera responsabilità.

Le riforme costruite dall’alto, attorno alla professione anziché con essa, non reggono. Si svuotano nei contenziosi, si perdono nei compromessi, si irrigidiscono. Il futuro D.M.replica la stessa disfunzione di metodo — e questa volta il prezzo lo pagano anche i rapporti interprofessionali.

I Consigli Congiunti: a cosa sono serviti?

Ciò che rende questo momento amaro non è la reazione della componente medica in sé. La Mozione FNOMCeO del 20 febbraio 2026 (unitamente ad organizzazioni sindacali e scientifiche) è una posizione organizzata e argomentata — palesemente corporativa, ma come tale va rispettata. Ciò che pesa è il contesto in cui si inserisce.

Negli ultimi anni, i Consigli Nazionali Congiunti tra Ordini sembravano aver costruito qualcosa di reale: un’alleanza strategica tra professioni al servizio del SSN, tanto solida da giustificare — almeno così pareva — la rinuncia preventiva a obiettivi ben più ambiziosi, come la prescrizione farmacologica. Eppure un decreto che introduce il verbo prescrivere riferito a soli atti assistenziali — presidi per l’incontinenza, device, ausili — è arrivato alla fase pubblica senza che quel sistema di relazioni avesse prodotto un linguaggio condiviso, un perimetro concordato, una cornice minima di garanzie reciproche.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La professione infermieristica si trova a difendere un decreto timido, semanticamente impreciso, privo di una governance ancora tutta da costruire. La componente medica contrasta questo decreto in quanto percepito come invasivo, rivelando una postura difensiva incapace di distinguere autonomia infermieristica da sovrapposizione di ruoli. E il SSN si trova, ancora una volta, a gestire un conflitto interprofessionale invece di raccogliere i benefici di un modello avanzato e funzionante.

Le parole che fanno la differenza

Sul merito occorre essere precisi. La Mozione FNOMCeO chiede che nel testo ministeriale prescrivere venga sostituito con richiedere, vincolando ogni attivazione di trattamento assistenziale a una preventiva diagnosi e prescrizione medica, richiamando la Legge n. 132/2025 come norma sovraordinata.

La sostituzione non è neutra. Richiedere, nella forma proposta, significa ricondurre l’atto dentro una filiera subordinata: più passaggi, più attese, più dipendenza procedurale. Non è una questione di linguaggio, è una questione di sistema. Significa lasciare intatti i colli di bottiglia che oggi pesano sull’accesso alle cure, soprattutto in territorio e cronicità. Il rischio concreto è che il decreto si svuoti nei fatti, trasformando un germoglio di una riforma necessaria nell’ennesima occasione mancata.

I Paesi in cui la prescrizione infermieristica è integrata e regolamentata — anche e soprattutto in ambito farmacologico-terapeutico, come Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Spagna, Canada, Australia e Stati Uniti — non sono esempi astratti. Sono sistemi con guardrail definiti, esiti documentati e responsabilità chiare. Sistemi in cui il dibattito non si è fermato alla parola, ma è andato direttamente alla sostanza: per quali atti, per chi, in quale setting, con quale tracciabilità, con quali indicatori di sicurezza. L’Italia non ha ancora avuto questo tipo di dibattito. E questo decreto, così com’è arrivato, non lo ha aperto: lo ha prodotto come scontro, non come confronto.

Quello che serve ora

Non si può non chiedere qualcosa di più difficile e più necessario: che questo momento diventi la ragione concreta per costruire un nuovo assetto istituzionale delle relazioni tra professioni e istituzioni. Un assetto che faccia sì che la prossima riforma — quella vera – sulle competenze specialistiche, sul livello di pratica avanzata, sulla prescrizione farmacologica, dominio anche dei corsi di infermieristica (non magistrale) in Spagna, sul nuovo modello territoriale — non arrivi di nuovo come una sorpresa o come uno scontro.

Audizioni e consulte che non incidono sulla costruzione delle norme non bastano più. Servono sedi stabili di co-progettazione, con mandato reale e linguaggi condivisi dall’inizio.

E questo richiede che la comunità infermieristica — Ordini, Associazioni scientifiche, Sindacati — non continui a replicare al suo interno la frammentazione e la postura vissuta negli ultimi anni fino ad oggi, ma si confronti su posizioni e soluzioni tecnicamente inattaccabili e semanticamente precise e sopratutto utili ai cittadini. Altrimenti si è condannati all’irrilevanza. Lo saremo anche se ci limitiamo a commentare l’esistente invece di costruire il futuro.

Il Congresso dell’80° Anniversario della CNAI — Libertà. Eredità. Futuro. — Roma, 1–3 marzo 2026, Teatro Sala Vignoli, è il luogo in cui questa conversazione può e deve cominciare. Con il Presidente del Consiglio Internazionale degli Infermieri, con la Federazione Europea degli Infermieri, con rappresentanti di Paesi in cui la prescrizione a tutto tondo – anche farmacologica – per gli infermieri è già realtà — e dove anche molti medici hanno dovuto riconoscerne il valore nell’interesse dei cittadini.📍 Teatro Sala Vignoli, Via Bartolomeo D’Alviano 1, Roma — Metro C Pigneto 📝 Iscrizioni: bit.ly/CNAI80

Con ottant’anni di storia alle spalle e la consapevolezza che nessun traguardo di questa professione è mai stato regalato.

La CNAI fondata il 1° marzo 1946 è membro dell’International Council of Nurses (ICN) dal 1949 e della European Federation of Nurses Associations (EFN) dalla Fondazione.

Walter De Caro – w.decaro@gmail.com


La posizione della FNOMCeO

Successivamente, il Consiglio nazionale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) ha approvato una mozione relativa al medesimo decreto.

In sintesi, la FNOMCeO:

  • ha chiesto di modificare lo schema di decreto, in particolare nella parte che prevede che gli infermieri specialisti possano “prescrivere trattamenti assistenziali” (presidi per l’incontinenza, device, ausili);
  • propone la sostituzione del termine “prescrivere” con “richiedere”;
  • richiama la Legge n. 132/2025, ribadendo che diagnosi e prescrizione terapeutica costituiscono, secondo l’interpretazione espressa nella mozione, atto esclusivo della professione medica.

Un confronto necessario

La CNAI ritiene che il confronto tra professioni e istituzioni debba svilupparsi in sedi strutturate di co-progettazione, con linguaggi chiari, perimetri definiti e responsabilità esplicitate, nell’interesse primario dei cittadini e della sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Il dibattito è aperto. Ed è una responsabilità comune renderlo costruttivo.