
In India un portale ha registrato un asino come infermiere. In Italia, da quasi sette anni, una deroga permette di assistere i pazienti senza che nessun Ordine sappia chi sei.

Un asino ha ottenuto un certificato di registrazione come infermiere. Non è una metafora. È successo davvero in Madhya Pradesh, secondo il Times of India. Il 25 settembre 2026 qualcuno ha inviato una domanda online con la foto di un asino. Nei campi dei genitori c’era scritto “Donkey Father” e “Donkey Mother”, nella casta “Animal”. Al posto dei diplomi c’erano fogli bianchi. Dopo il pagamento di 2.050 rupie, il portale ha generato il certificato in cinque minuti, valido cinque anni (Link)
Si sorride per un istante. Poi ci si dovrebbe preoccupare. Il problema non è l’India e non è l’asino. È il meccanismo. Quando un sistema sanitario scambia il caricamento di un file per una verifica, non seleziona più professionisti. Seleziona pratiche compilate. Lo stesso succede quando un portale prende il posto del giudizio e quando l’urgenza diventa una scusa che dura per sempre.
Ed è qui che il caso indiano riguarda anche noi.
Togliamo l’asino e mettiamo una persona: un uomo o una donna con un titolo estero mai verificato davvero. Chi lo fermerebbe?
Non il Ministero della Salute, che la legge ha scavalcato. Non l’Ordine, perché l’iscrizione all’Albo non è richiesta. Non la Conferenza Stato-Regioni, perché l’intesa che la legge del 2023 prevedeva “entro 90 giorni” non è mai arrivata.
Resta una pratica in Regione. Resta un certificato di iscrizione all’albo del Paese d’origine, prodotto magari da un sistema che, solo negli ultimi mesi, ha registrato un infermiere a quattro zampe. Lo stesso sistema in cui in Rajasthan ci sono stati arresti per certificati falsi e circolano titoli contraffatti in migliaia e migliaia, insomma non piccoli numeri. E resta la fiducia che la struttura che assume, a corto di personale e con i turni da coprire, faccia il lavoro che lo Stato ha smesso di fare.
L’India almeno ha avuto Ravi Parmar, vicepresidente regionale del sindacato studentesco NSUI, che ha voluto mostrare la falla con una domanda fittizia. Il Consiglio infermieristico ha sospeso le registrazioni per introdurre nuovi controlli. In Italia la falla è legge dello Stato, prorogata fino al 31 dicembre 2029.
Quasi dieci anni di “temporaneo”. La deroga è nata per il Covid ed è stata poi giustificata con la carenza di personale. Alcune Regioni l’hanno estesa persino alle strutture private.Non è più una deroga: è un ordinamento parallelo, che non vede nulla.
Come CNAI abbiamo chiesto più volte di sospenderla, anche in audizione parlamentare. Non siamo stati ascoltati.
Bisogna dire quello che il dibattito istituzionale preferisce evitare: gli Ordini sono stati tiepidi. Hanno fatto sicuramente. Hanno espresso “sorpresa e amarezza”. Sorpresa, anche, alla quarta proroga consecutiva. Intanto i loro siti rilanciano premi, convegni, convenzioni, calendari di eventi: iniziative anche utili, ma lontane dal cuore della loro missione. Nel frattempo il Parlamento approvava norme che, fino al 2029, permettono di curare e assistere cittadini italiani senza che un Ordine italiano sappia nemmeno che quel professionista esiste. Un ente che ha come principio fondante la “tutela della salute individuale e collettiva” non può limitarsi a chiedere “un confronto” quando viene esautorato. Deve opporsi. Manco nel caso del San Raffaele di Milano, con la fuga di taluni infermieri per limitate capacità di mettere in pratica le loro funzioni, ha scosso le sensibilità sul tema.
La stessa arrendevolezza si è vista sull’assistente infermiere. Dopo circa cinquant’anni di battaglie per proteggere il titolo di “infermiere”, si è scelto di sostenere una figura che ne confonde i confini. Anche lì la professione non ha fatto argine. Ha fatto da cassa di risonanza.
Il decreto legislativo 233/1946, riscritto dalla legge Lorenzin del 2018, è esplicito. Gli Ordini “agiscono quali organi sussidiari dello Stato” e sono “sottoposti alla vigilanza del Ministero della Salute”. Nel 2016 la Corte costituzionale ha riconosciuto al Ministero, nei procedimenti disciplinari, “compiti attivi e di non indifferente rilievo”. Le decisioni disciplinari passano per una Commissione centrale di nomina governativa e si possono impugnare fino in Cassazione. La giurisprudenza costituzionale e di legittimità è costante: gli Ordini esercitano funzioni pubbliche delegate, dentro il perimetro che disegna lo Stato. Se lo Stato sposta il perimetro, loro si spostano con esso. Tradotto: gli Ordini non sono un contropotere. Sono un ingranaggio dell’apparato pubblico. Possono vincere al TAR contro una Regione che va oltre la deroga, ma non possono vincere contro il Parlamento che la deroga la scrive. La vicenda 2020-2029 lo dimostra chiaramente: ogni volta che gli Ordini hanno alzato la voce, anche con poca convinzione, lo Stato ha risposto con una nuova proroga. Chi esce sconfitto, nei fatti, è evidente.
Se gli Ordini sono organi dello Stato, la deroga non è uno scontro tra Stato e professioni. È lo Stato che decide di non controllare se stesso. E di qui è necessario, indispensabile, avere Sindacati e organizzazioni professionali libere più forti e indipendenti.
Il Ministero si lascia scavalcare dalle Regioni. Le Regioni si affidano alle strutture. Le strutture si affidano a un timbro estero. A ogni livello qualcuno dà per scontato che il controllo l’abbia fatto il livello precedente. È lo stesso meccanismo che ha registrato l’asino di Bhopal. L’India ha scoperto il suo asino perché qualcuno l’ha cercato. L’Italia ha costruito un sistema in cui nessuno ha il compito di cercarlo, l’ha chiamato “temporaneo” e l’ha prorogato fino al 2029. Gli Ordini, che esistono proprio per questo, hanno protestato con il tono di chi sa di non poter fare di più. Forse è questo il verdetto più severo. Non riguarda la loro buona volontà, ma la loro reale capacità di tutelare il cittadino quando lo Stato che li ha creati decide di farne a meno.
La carenza di personale è reale e va affrontata con programmazione, assunzioni e stipendi dignitosi. Servono anche percorsi di riconoscimento seri e rapidi per chi arriva dall’estero. Non serve invece una deroga infinita che tratta la verifica delle competenze come un ostacolo burocratico, mentre è la prima garanzia dovuta a chi viene curato.
Come CNAI non chiediamo frontiere chiuse. Chiediamo controlli veri. Serve un percorso nazionale rapido, trasparente e rigoroso, con verifiche, criteri di valutazione uguali in tutto il Paese, accertamenti linguistici e professionali documentati e vigilanza deontologica esplicita, con l’iscrizione almeno a un elenco speciale presso gli Ordini, altrimenti i penalizzati continuano ad essere gli infermieri italiani.
L’asino del Madhya Pradesh, a modo suo, ci ha fatto un favore. Con una sola domanda online ha dimostrato che oggi tutto si può aggirare.Un sistema che si accontenta della carta, senza verificare chi c’è dietro, prima o poi registra un asino. O peggio: lo mette accanto al letto di un paziente, senza che nessuno possa vigilare, sanzionare o anche solo sapere che esiste.
Quell’asino ovviamente non deve diventare un insulto ai professionisti stranieri (tra i Paesi Europei abbiamo da circa 50 anni un sistema di riconoscimento certo e programmi da Direttiva Europea) che nella maggioranza assoluta del casi sono una risorsa preziosa e che tanto fanno per la salute dei nostri cittadini.
Deve restare una domanda per le istituzioni:State verificando una competenza o state soltanto accettando un documento?
Un segnale, forse finalmente, arriva dal Parlamento. Il disegno di legge delega sulle professioni sanitarie ora alla Camera (A.C. 2700) pur tra talune altre storture, prova su questo aspetto almeno a introdurre qualche presidio: l’iscrizione a un elenco speciale presso gli Ordini per chi esercita in deroga e una verifica delle competenze linguistiche. Non è il percorso nazionale rigoroso che chiediamo, ma è il riconoscimento implicito che il sistema attuale un presidio non lo aveva. Vigileremo perché la delega non si fermi alle intenzioni.
Ogni cittadino ha diritto a essere assistito in sicurezza, da professionisti verificati.E ha diritto a saperlo prima, non dopo.
Walter De Caro
Presidente Nazionale CNAI
w.decaro@cnai.pro





